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L'Inchiesta
Edizione: 2/2017 marzo

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2/2017 marzo | pagina 4

Il Gran de fratello a Palazzo
S'infiamma la protesta contro l'obbligo per Swisscom & Co. di conservare i dati dei clienti

Le autorità svizzere obbligano gli operatori nazionali di telecomunicazione a conservare tutta una serie di dati dei loro clienti. A prescindere da qualsiasi motivazione o sospetto di azioni criminose. Le informazioni dell'intera popolazione vengono serbate per sei mesi.

Il materiale salvato concerne chi, dove, come, quando e con chi si comunica via internet, telefonino o rete fissa.

Le autorità utilizzano questa nuova forma di archivio. Nel 2015, le richieste riguardanti singoli clienti sono state 185'941. Quasi tutte avevano come oggetto i telefonini.

L'associazione Digitale Gesellschaft, che si occupa della difesa dei diritti fondamentali della persona nella società digitale, si oppone a questo controllo di massa. Perché le informazioni salvate non sono affatto innocue, dal momento che permettono profonde ingerenze nella sfera privata.

Ciò nonostante, l'occhio del moderno Grande fratello si volge sempre più verso i liberi cittadini. La scorsa primavera il Parlamento ha revisionato la Legge sulla sorveglianza. Gli aggiornamenti dovrebbero entrare in vigore nel 2018. Per l'avvocato zurighese Viktor Györffy, membro di direzione di Digitale Gesellschaft, le possibilità di monitoraggio attivo sono «ancora più pesanti e straripanti» di quelle odierne.

Secondo la nuova ordinanza, il Consiglio federale oltre alle aziende di telecomunicazione, potrà imporre la conservazione dei dati anche ad altre imprese.

I cittadini Ue più tutelati
Per Györffy non regge la scusa di procedere alla conservazione in massa dei dati per contrastare le attività criminali. «Le autorità semplicemente affermano che è molto importante», sostiene. Ma mancherebbero prove evidenti.

Un ricorso contro le nuove disposizioni è stato rigettato dal Tribunale amministrativo federale lo scorso novembre. L'ingerenza nelle libertà fondamentali delle persone sarebbe grave, ma non sproporzionata. Digitale Gesellschaft ha fatto ricorso presso il Tribunale federale, che ancora non ha preso una decisione in merito.

I cittadini Ue sono più tutelati nei loro diritti. La Corte di giustizia europea di Lussemburgo (Cgue), ha recentemente dichiarato inammissibile la custodia indiscriminata e a tutto campo dei dati di collegamento e localizzazione.

La sentenza, emessa il 21 dicembre 2016, stabilisce che questo tipo di informazioni permette di trarre «considerazioni molto precise sulla vita privata». In particolare sulla quotidianità, gli spostamenti, le attività, le relazioni interpersonali e l'intero contesto sociale.

Tutto questo, nella popolazione, potrebbe risvegliare la percezione di essere costantemente sotto osservazione. Secondo la Cgue, l'ingerenza sarebbe «di particolare gravità», tanto che i giudici vi hanno visto una violazione dei diritti fondamentali dei cittadini Ue, sanciti nella relativa Charta.

La conservazione di materiale sensibile senza alcuna limitazione personale, temporale e spaziale, non potrebbe essere considerata «giustificata in una società democratica».
I magistrati lussemburghesi non escludono categoricamente il salvataggio dei dati di collegamento. Chiedono però che questo sia limitato «all'assolutamente indispensabile». Ciò che concerne la comunicazione, dovrebbe poter essere serbato solo se riguarda persone collegate a reati gravi.

La decisione vale solo per gli stati membri dell'Ue. Ma Viktor Györffy spera che il Tf decida di dargli ragione. In caso contrario, la decisione potrebbe essere contestata ancora davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

Thomas Lattmann, Saldo
Michela Salvi, L'Inchiesta

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