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Spendere Meglio
Edizione: 4/2017 agosto

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4/2017 agosto | pagina 10

Magliette indiane bio, ma solo per finta
Migros e Coop vendono capi di abbigliamento in cotone biologico proveniente dall’India. Ma in realtà molti dei filati usati nella produzione contengono organismi geneticamente modificati

La maggior parte dei tessili in cotone bio di Migros e Coop proviene dall’India. Un’indagine sul posto rileva che i materiali lavorati spesso non sono biologici.

Da Coop City, una maglietta da uomo del marchio bio Naturaline costa fr. 24.95. Con fr. 19.95 si può acquistare una maglietta in cotone convenzionale. I venditori di tessili bio giustificano i supplementi con l’assenza di residui che possono causare allergie o eruzioni cutanee. Inoltre, l’acquirente proteggerebbe l’ambiente e la popolazione nei paesi di produzione, perché prodotti chimici velenosi, pesticidi e piante ogm sono vietati.

Ma è davvero così? Nel dicembre 2016 la rivista Saldo ha acquistato sei campioni di filo bio e uno di cotone bio direttamente dalle aziende tessili indiane. Per evitare manipolazioni, i campioni sono stati raccolti all’insaputa dei grandi distributori e produttori di filati. Migros e Coop importano gran parte dei tessuti bio dall’India, paese produttore del 67% del cotone bio a livello mondiale.

Metà dei filati con ogm
Un laboratorio specializzato di Bremerhaven (Germania) ha analizzato i campioni alla ricerca di cotone geneticamente modificato. Con l’analisi del dna è possibile rilevare la percentuale di cotone bio. Le successive fasi di lavorazione danneggiano il dna, perciò sui prodotti finali come pantaloni o magliette il test non porta a nulla. I risultati:

- Tre campioni di filo contenevano ognuno meno dell’1% di materiale ogm. Si tratta quindi di vero cotone bio. L’azienda produttrice è BioRe India, una filiale di Remei. La ditta di Rotkreuz (Zugo) produce da più di 20 anni tessuti Naturaline per Coop e fornisce, per esempio, le ditte Mammut o Gerry Weber.

- Il cotone bio di BioRe conteneva il 4,1% di ogm. Il laboratorio spiega che ci possono essere contaminazioni con semi ogm dai campi vicini. In India, i campi bio si trovano spesso vicino a campi ogm.

- Un filo bio della filanda Armstrong nel sud dell’India conteneva il 77% di ogm. Non rispetta dunque i requisiti bio. Armstrong vende filo bio anche a fabbriche che confezionano tessuti bio per Migros.

- Un campione di filo bio conteneva l’83% di ogm. Il filo era stato realizzato dal produttore di Naturaline BioRe.

- In un filo bio il laboratorio ha trovato un tasso di ogm dell’88%. Il filo proveniva dalla filanda Salem Kandaa di Salem, nello stato indiano Tamil Nadu. Il filo si trova in tessili di cotone bio del marchio danese Blue de Gênes.

Tutti e tre i filati con una percentuale elevata di ogm sono certificati con l’etichetta bio Global Organic Textile Standard, che vieta le materie con parti geneticamente modificate o enzimi.

Altre analisi confermano la contaminazione
Il direttore di laboratorio Lothar Kruse ritiene che gli alti tassi di ogm nei campioni siano frutto di «trascuratezza o di consapevole falsificazione». I risultati del test non sono una novità:

- Un acquirente tedesco fa annualmente analizzare in laboratorio campioni di filo o tessuto grezzo bio di provenienza indiana sin dal 2012.

Nel 2012 il tasso di ogm dei campioni era mediamente di poco meno del 20%. Nel 2014 due campioni presentavano più del 50%, rispettivamente il 65% di ogm.

Nei test svolti lo scorso aprile il tasso di ogm di un tessuto grezzo in satin era dell’87%, quello di un campione di tessuto grezzo jeans del 100%.

Il produttore dei campioni analizzati sarebbe l’indiana Arvind, che fornisce, tra gli altri, Hugo Boss, Wrangler e Tommy Hilfiger.

- Un’azienda europea sostiene di analizzare regolarmente cotone grezzo indiano e filati. Quasi tutti gli oltre 100 campioni presentano quantità rilevanti di cotone geneticamente modificato.

- Secondo un designer tedesco di origine indiana «molti fornitori giocano carte false».

Nel 2012, l’uomo ha fatto analizzare quattro filati dichiarati bio di provenienza indiana, scoprendo che tre di questi erano altamente contaminati con ogm.

Nessun controllo su filande e sartorie
Le contaminazioni possono avere molteplici cause. Secondo le statistiche ufficiali, sul 96% dei campi indiani coltivati crescono piante ogm. Gli agricoltori coltivano bio solo sul 2% dei campi e, sulla parte rimanente, cotone convenzionale privo di ogm.

Il governo ha permesso l’immissione di cotone ogm di Monsanto nel 2002. «È ormai quasi impossibile acquistare sementi pure di specie bio», afferma Shreekant S. Patil, professore all’Università delle scienze agrarie di Dharwad, nello stato indiano di Karnataka. I venditori locali di sementi non ne avrebbero più. Secondo gli insider, perfino le sementi dichiaratamente prive di ogm sono spesso contaminate.

Un esperto indiano del cotone ritiene che una delle cause di questo stato di cose sia il sistema di controllo statale: «Filande e sartorie non sono ancora controllate». Sono invece monitorati gli agricoltori e i produttori bio, che devono documentare in un registro statale ogni acquisto di sementi e ogni vendita di cotone. Gli ispettori di aziende private di certificazione li sottopongono a visite di controllo, in parte senza preavviso.

Il Global Organic Textile Standard fa sorvegliare da controllori esterni soprattutto le aziende che si occupano della lavorazione del cotone. L’etichetta non impone test ogm.

Diversi produttori di tessuti dicono di affidarsi ai certificati di provenienza bio ma, come denuncia il produttore di tessili Roland Stelzer di Bempflingen (Germania), «si possono acquistare falsi certificati bio».
Un commerciante di tessili zurighese riferisce che, cercando di acquistare borse in cotone bio, si è sentito dire dal fornitore indiano che aveva solo cotone convenzionale ma gli avrebbe procurato il certificato bio.

Un’azienda tedesca di tessili cercava acquirenti per un container di cotone bio, ma nessun commerciante indiano era disposto a pagare un centesimo in più: «Preferiscono acquistare cotone convenzionale e poi il certificato bio».

Barare conviene: il proprietario di una filanda dice di dover pagare fino al 15% in più per il cotone bio rispetto a quello convenzionale.

Per le aziende è tutto ok
La filanda Salem Kandaa non ha preso posizione. Armstrong si dice sorpresa del risultato. Ogni carico di cotone bio acquistato sarebbe controllato per verificarne la provenienza.

Migros dice che la sua etichetta Bio Cotton è «gestita con la massima attenzione»: un fornitore di servizi controllerebbe tutti i certificati e le procedure di ogni articolo. Inoltre, negli ultimi sei anni, Migros avrebbe fatto analizzare «circa 120 campioni» di cotone grezzo bio. I campioni sarebbero stati negativi agli ogm.

Remei mette in dubbio «la pertinenza dei metodi di test degli ogm» per i filati. I suoi sarebbero stati prodotti con cotone con percentuali di omg inferiori al 2%. Ogni fornitura verrebbe analizzata prima dell’acquisto. In merito al metodo d’analisi, il direttore di laboratorio Lothar Kruse sostiene che, in genere, sui filati non trattati i test sono molto affidabili.

Coop e Migros sostengono di rispettare le direttive del Global Organic Textile Standard per i loro marchi bio Naturaline e Bio Cotton. L’etichetta è considerata severa: per esempio, almeno il 95% delle fibre usate dev’essere certificato bio. Sono vietati gli sbiancanti al cloro o i coloranti con metalli pesanti e le acque di scarico devono essere trattate. I produttori devono garantire standard sociali minimi, come la settimana di 48 ore o posti di lavoro sicuri e puliti.

Molti produttori scelgono certificazioni bio meno severe. La legge, infatti, non regola i criteri del cotone bio. C&A, per esempio, sostiene di essere il «maggior importatore mondiale di cotone bio». Ma, secondo sue indicazioni, solo il 10% dei cotoni è certificato dalla severa Global Organic Textile Standard e il restante 90% dal meno rigoroso Organic Content Standard, un’etichetta che controlla il tasso di fibre bio ma non considera processi produttivi, sostanze chimiche o criteri sociali. Nei negozi, il cliente non sa cosa acquista: sull’etichetta dei capi bio c’è scritto solo 100% cotone. C&A garantisce che si tratta sempre di puro cotone bio al 100%, perché non sarebbe mai mischiato con quello convenzionale.

Eric Breitinger, Saldo
Michela Salvi, Spendere Meglio

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