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L'Inchiesta
Edizione: 6/2010 novembre

Nome: L'Inchiesta
Nato il: 17 novembre 1999
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6/2010 novembre | pagina 13

Se la targhetta viola la privacy
La catena di negozi Denner obbliga i dipendenti a portare una targhetta identificativa con nome e cognome. Su segnalazione di una lettrice de L'Inchiesta, l'incaricato federale per la protezione dei dati ha riconosciuto il problema. Per cambiare le cose ci vorrebbe però una causa legale di un dipendente. Denner risponde che la targhetta non pone problemi di protezione dei dati.

Una lettrice de L'Inchiesta nota che i dipendenti della Denner sono obbligati a portare una targhetta che li identifica con nome e cognome. Una pratica che altri supermercati non adottano né in Ticino, né in altri cantoni.

Altrove, infatti, dei dipendenti viene indicato ad esempio solo il nome di battesimo e l'iniziale del cognome (esempio: Michela R.). Alla Denner, invece, gli estremi del dipendente compaiono persino sullo scontrino rilasciato alla cassa, rendendolo così facilmente rintracciabile.

Come primo passo, la lettrice de L'Inchiesta segnala il problema all'incaricato cantonale per la protezione dei dati. Scrive pure alla Denner.

Bellinzona si dice d'accordo con le osservazioni della donna, mentre la Denner risponde che «l'uso di tali targhette non comporta alcun problema a livello di protezione dei dati».

La cliente non desiste. Riscrive al cantone, il quale conferma che «per lo scopo ricercato, ossia la promozione del contatto diretto, è sufficiente anche il solo nome di battesimo (eventualmente accompagnato da un codice)». Da Bellinzona precisano inoltre che «a motivo dei rischi potenziali cui è esposto il dipendente, che non sono affatto astratti (basta leggere le cronache riportate dai media), non vi è nessuna necessità che il cliente venga a conoscenza diretta del nome e del cognome del collaboratore».

L'incaricato cantonale consiglia anche alla donna di fare presente il problema all'incaricato federale per la protezione dei dati. E da Berna si dicono sostanzialmente d'accordo con la lettrice de L'Inchiesta, pur facendo qualche distinguo.

La donna non si ritiene soddisfatta. Storce il naso anche quando legge che si potrebbe optare solo per il cognome per esteso e l'iniziale del nome (esempio: M. Rossi). «Chi, in Ticino, si chiama Bernasconi - replica - non è certamente facilmente reperibile, ma chi ha un cognome poco diffuso sarebbe comunque rintracciabile».

Ne nasce un botta e risposta. Precisazioni, distinguo, dettagli, la situazione non si sbocca in alcun modo.
L'incaricato federale per la protezione dei dati, infatti, decide di non prendere neppure contatto con la Denner, ma delega la cliente a trasmettere al supermercato la sua presa di posizione ufficiale. Come se non bastasse, l'incaricato sottolinea che il suo parere non è vincolante.

Per far cambiare le cose ci vorrebbe una causa legale di una cassiera contro la catena di negozi. Nel frattempo nessuno può costringere Denner a cambiare le targhette.

Corrado Galimberti

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